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Morire sommersi dal precipitare di una discarica

Fossimo coetanei di Omero la tragedia di Addis Abeba: 46 morti, decine di feriti e oltre 30 baracche sommerse dallo smottamento di una discarica di rifiuti, sarebbe letta come un presagio. Oggi potrebbe essere la metafora più adatta al nostro pianeta che trascura il tema della sostenibilità. Invece, sarà catalogata come incidente, uno dei tanti, causato dalla povertà e dall’arretratezza dell’Etiopia.

Ma non è così. O almeno non è soltanto così. Perché se è vero che grazie alla discarica  di Koshe riescono a sopravvivere cinquecento persone che lì trovano scarti da barattare e vendere e se è altrettanto vero che profilati d’alluminio, travi e pezzi plastica sono la materia prima indispensabile per tirare su le baracche che poi diventeranno abitazioni, sono sette anni che l’allarme riguardante lo scivolamento  di quella montagna di pattume era stato lanciato.

L’enorme cumulo di spazzatura prodotta in quaranta anni di sversamenti (secondo dati ufficiali recenti si è arrivati a trecentomila tonnellate all’anno) già nel 2010 minacciava case e scuole. E fu in seguito a questa facile constatazione che la discarica venne chiusa e fu lanciato un progetto teso a trasformare l’immondizia  in essa contenuta in una fonte di energia pulita.

Purtroppo dell’impianto, che a regime avrebbe dovuto generare 50 megawatt, si sono perse le tracce e nel frattempo “non essendoci alternative” (secondo gli amministratori)  Koshe era stata colpevolmente riaperta.

Ora mentre le ruspe cercano in mezzo all’immondizia altri cadaveri (il numero dei dispersi è imprecisato)  i responsabili della municipalità tentano di capire quali siano le cause contingenti della frana. Anche se basta guardare la foto che pubblichiamo per capire che su un terreno in forte pendio è abbastanza probabile che quanto depositato in alto possa scivolare in basso portando con sé a valanga quanto incontra sulla sua strada.

Ora non resta che da chiedersi quando sarà ultimata la centrale a biogas che avrebbe dovuto essere iniziata nel 2013 per una spesa complessiva di centoventi milioni di dollari. In Etiopia il problema energetico e in primis quello delle energie rinnovabili è al centro della politica governativa. Infatti solo il 52 % della popolazione ha accesso alla rete elettrica e il 70 usa per l’illuminazione prodotti derivati dagli idrocarburi e interamente importati.

Un ambizioso piano governativo mirava a ottenere 10mila megawatt entro il 2015, con l’obiettivo successivo di far diventare l’Etiopia un Paese esportatore di energia verso il Kenya, il Sudan e Gibuti. Inoltre si intendeva realizzare questo piano con l’utilizzo estensivo di fonti rinnovabili come le biomasse e la geotermia. Non si sa con precisione se questo traguardo sia mai stato raggiunto. Ciò che purtroppo ci resta è la tragedia di Koshe con i suoi morti.

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