Moda ed ecologia. Due parole, due mondi che difficilmente riescono a dialogare. Ad averci provato, e con successo, è Livia Giuggioli, straordinaria combattente per i diritti ambientali attraverso le armi del bello, del lusso, del glamour. Fondatrice di una casa di produzione cinematografica insieme al marito, l’attore britannico Colin Firth, è la direttrice creativa di Eco Age, il primo negozio ecologico-etico di Londra, co-fondato con il fratello Nicola.
Ma la sua scalata verso una moda green, non finisce qui. È sempre più attiva nel circuito dei grandi stilisti, con i quali ha stipulato diversi accordi per la creazione di almeno un abito ecologico a sfilata. E lavora a livello istituzionale per promuovere la sostenibilità nell’alta moda. Ecco alcuni estratti dell’intervista che ha di recente rilasciato a Vanity Fair.
“Per cambiare l’approccio al consumo – questa è la sua tesi – bisogna ridiscutere tutto il nostro rapporto con i vestiti”. Lei l’ha fatto partendo dall’incontro con Noam Chomsky, forse il linguista più famoso al mondo. Perché? “Per farmi illuminare. Non ne posso più di espressioni come verde, ecologista, equo. Parole che suonano ‘perbene’ ma hanno qualcosa di noioso e pesante. Invece, bisogna trovare un modo per rendere tutto questo aspirazionale”. La moda è un’industria pesante, sia in termini d’impatto ambientale, sia in termini di consistenza economica. Un business immenso, dietro al quale c’è il mercato del tessile, il più inquinante dopo quello agroalimentare. Fast fashion, capi a basso prezzo, che strizzano l’occhio all’alta moda ma che funzionano solo per una stagione. Cappottini a 30 euro provenienti dalla Cina indossati e gettati via.
“Dietro quello sfizio, quella pseudo convenienza ci sono mani che lavorano incessantemente notte e giorno senza la minima garanzia o tutela e in condizioni umane e ambientali da schiavi – dice Livia Giuggioli – Noi indossiamo le storie di chi ha realizzato i nostri vestiti. E le storie dietro certi vestiti sono molto brutte, sono storie che non si possono indossare con gioia. Io non separo mai l’impatto ambientale dalla giustizia sociale. E veniamo a quel chiodo fisso verde in testa a Livia Giuggioli, che lei chiama “Green Carpet Challenge” ma che è il grimaldello, gentile quanto si vuole, usato per scardinare un sistema moda (lusso o casual che sia) basato sulle ingiustizie sociali e la messa a tappeto di ogni dignità umana e lavorativa. Lei lo spiega così. “Ho proposto la sfida ad alcuni stilisti da Tom Ford, a Valentino, ad Armani e altri.
Per ognuno dei grandi appuntamenti da tappeto rosso dell’anno, realizzeranno almeno un abito per una celebrità concepito e prodotto secondo le linee guida di Eco-Age. Ma l’obiettivo è molto più ambizioso: ottenere dalla Comunità europea delle leggi che regolino mettendo alcuni punti fermi la provenienza dei tessuti”.
Il buon esempio di Livia consiste in un sito Eco-Age su cui è possibile ottenere informazioni e acquistare capi “immacolati” dal punto di vista della provenienza etica. Lei di suo non si limita alle buone azioni di tante green vip ma per vestirsi indossa capi pensati da stilisti che usano stoffe riciclate o con fibre ecologiche mentre per i gioielli si affida a pietre e metalli eticamente certificati. Il lusso infatti è carico d’oro e diamanti che arrivano nella maggior parte dei casi da zone in cui né l’ambiente, né la dignità umana sono rispettati.
gennaio 2012
Parole nel vento