È ormai a tutti noto che, al momento attuale, più della metà degli abitanti del pianeta vive in ambienti urbanizzati e che i processi di urbanizzazione sono stati ciclici e graduali fino dagli inizi delle grandi civiltà umane, ma che si sono consolidati con la “rivoluzione industriale”. È stato, comunque, nel corso del XX secolo, in parallelo con la crescita esponenziale della popolazione, che l’espansione dei sistemi urbani ha determinato quello che può essere definito uno “straripamento” insediativo.
La velocità e le dimensione del fenomeno si sono manifestati in modo articolato a livello globale e, talvolta, specie in alcuni paesi in via sviluppo, l’incremento delle aree urbane è avvenuto con fenomeni di tipo caotico, risultando, quindi, ancor più drammatico. Dagli anni ’50 i 2/3 dell’incremento di popolazione dei Paesi in via di sviluppo è stato assorbito dalle città, mentre è opportuno sottolineare che, in Europa, oltre il 70% vive in aree urbane, mentre tale soglia nel 2020 arriverà all’l'80% con punte del 90% (EEA, 2006).
In questo scenario è indubbio che la presenza di zone verdi e di spazi che richiamano un concetto di “naturalità”, può svolgere un ruolo fondamentale per il miglioramento della qualità della vita e del raggiungimento di una soglia minima di benessere per l’uomo. Il concetto di benessere nel corso degli anni ha subìto numerose modifiche e ampliamenti, che hanno condotto a una visione del termine più ampia e completa. Non più incentrata sull’ idea di assenza di patologie, ma, secondo la definizione dell’OMS, come uno stato complessivo di buona salute fisica, psichica e mentale. Comunemente il benessere viene percepito come una condizione di armonia tra uomo e ambiente, risultato di un processo di adattamento a molteplici fattori che incidono sullo stile di vita.
In questo scenario è quindi fondamentale una pianificazione, progettazione e gestione del verde urbano secondi criteri legati al global change (non solo climate change), alla sostenibilità, alle relazioni uomo-pianta con speciale riferimento agli effetti delle aree verdi sul benessere dell’uomo (ad es. IUFRO ha una task force su “Forest, Trees and Human Health and Well-being”). È noto che gli effetti benéfici dell’albero singolo o del parco in città sono innumerevoli ed evidenti, ma spesso difficilmente quantificabili: non è questo il caso della modifica del microclima, o della “pulizia” dell’aria dall’anidride carbonica e dai peggiori inquinanti, qualificati e quantificati da diversi autori. Quanto affermato evidenzia come il possibile ruolo positivo del verde urbano sia anche fortemente legato alla struttura, composizione e distribuzione della vegetazione, nonché ai criteri utilizzati per la gestione.
A questo riguardo è da evidenziare che quando osserviamo i piani urbanistici delle nostre metropoli e li paragoniamo a quelli di città straniere ugualmente popolate, notiamo subito come, rispetto al verde, non esistano soltanto differenze di tipo quantitativo a nostro svantaggio, ma anche sostanziali diversità di tipo qualitativo (accessibilità, attrezzature, diffusione, etc.). In molte contesti territoriali inglesi, tedeschi, svizzeri, olandesi, danesi, ecc. possiamo evidenziare l’esistenza di una fitta maglia di spazi verdi, nei quali si può evidenziare anche un rapporto di tipo funzionale e gerarchico, che svolge un ruolo di vera e propria infrastruttura (“Green Infrastructure”). Emerge quindi la necessità di politiche d’intervento che agiscano a livello di:
- Macroscala - riguardanti le problematiche legate al Global Change a livello mondiale;
- Mesoscala - concernenti le politiche di pianificazione strategica del verde a livello nazionale e/o regionale;
- Microscala – attinenti alla progettazione del verde a livello comunale o sub comunale.
A livello di macroscala e mesoscala sono molto sviluppati, soprattutto nei Paesi nordeuropei ma, recentemente, anche negli Stati Uniti, tutti gli aspetti legati alla “Social Forestry” tanto che molte università americane stanno aprendo “positions” su questo argomento.
La sequenza logica di questi progetti può essere riassunta nel flowchart qui di seguito riportato:
Di particolare rilievo da questo punto di vista è l’esperienza delle “Community forests” in Inghilterra, dove questa rete di spazi verdi, spesso di nuova formazione, supportano importanti funzioni di carattere sociale, culturale ed economico e favoriscono un incremento della biodiversità e della connessione ecologica funzionale. Proprio il tema del mantenimento ed incremento della biodiversità legato alla progettazione e realizzazione di aree verdi in generale (includendo anche gli imboschimenti nelle aree periurbane) sta assumendo sempre maggiore rilevanza e consenso non solo a livello internazionale, ma anche in Italia, soprattutto per il crescente interesse dei cittadini. Lo testimonia il fatto che sono numerosi i siti web specifici disponibili in rete che hanno decine di migliaia di contatti. È da evidenziare che anche e, talvolta, soprattutto, in questo tipo di progetti la pianificazione, progettazione e gestione delle aree verdi per limitare gli effetti del climate change e dell’inquinamento restano i temi centrali per il raggiungimento di un livello di vita superiore a quello attuale.
Su questa linea s’ inseriscono numerosi progetti a livello sia nazionale sia internazionale. Fra quelli di maggior interesse c’è il “One Million Tree di New York”, un progetto che ha avuto e sta avendo un impatto ecologico notevole sulla città di New York, un’eco mediatica rilevante e ha stimolato altre città a fare altrettanto. Nel nostro Paese, i progetti “Torino Città d’Acque” e “I Raggi Verdi” di Milano, sono basati su valide idee pianificatorie e progettuali e anche le realizzazioni sinora fatte non sono da sottovalutare, sempre nell’ottica di una progettazione sostenibile e volta a fronteggiare le problematiche del global change.
Infine, per la pianificazione a livello di mesoscala una certa importanza viene anche attribuita ai vari modelli elaborati da strutture tipo l’USDA Forest Service che, per esempio, ha messo a punto un software (UFORE Model, Urban Forest Effects, poi evoluto nell’attuale I-Tree) progettato per standardizzare i dati, orari o giornalieri, riguardanti la composizione degli inquinanti dell’aria e diversi valori meteorologici raccolti in siti urbani di diverse parti del mondo. Il modello, attualmente, è in grado di stimare e valutare la composizione e la densità della copertura vegetale, la quota d’inquinanti rimossi dalla vegetazione, il miglioramento in percentuale della qualità dell’aria, l’emissione oraria e giornaliera dei composti organici volatili da parte della pianta, ed il relativo impatto sulla genesi di ozono e di monossido di carbonio annuali; l’ammontare totale del carbonio organicato, l’effetto del bosco urbano sull’efficienza energetica nella zona confinante, la produzione di polline e allergeni, l’evapotraspirazione e la conseguente modifica del microclima.
A livello di microscala, particolare attenzione stanno suscitando i giardini verticali, i (vertical farming), il verde pensile in generale e, in tempi recenti anche l’edible landscaping. Al verde pensile è riconosciuto, oltre al miglioramento del microclima degli edifici e dell’area limitrofa, un certo effetto sugli eventi estremi, come le piogge torrenziali, e un certo apporto nella ricostruzione in ambito urbano di corridoi ecologici, utili per ricreare una rete di superfici che permettono alla micro e macrofauna di potersi insediare e muovere all’interno del tessuto urbano in modo da raggiungere e mantenere una sufficiente quota di biodiversità.
A questo riguardo un interessante progetto è quello del Bosco Verticale a Porta Nuova (Milano) con soluzioni anche a livello di studi in galleria del vento per la scelta ed il posizionamento degli alberi in modo che resistano alle diverse sollecitazioni.
Edible landscaping, infine, è un termine usato per descrivere la coltivazione di piante alimentari e da frutto per scopi estetico-paesaggistici al posto delle classiche piante ornamentali. Questo avviene tipicamente in giardini privati ma, fino ad oggi, solo raramente in un contesto di spazio verde pubblico o comune. Nella concezione comune il giardino è, infatti, spesso ritenuto uno spazio, più o meno ampio, destinato a fini ornamentali e di relax. Di conseguenza la scelta delle piante solitamente privilegia quelle con ricche fioriture o dalle caratteristiche curiose, oppure le più adatte a creare zone riparate e ombrose. Completamente trascurate, invece, sono le piante da frutto e le orticole, considerate come elementi di servizio e quindi da nascondere alla vista. In realtà anche le piante da frutto meritano un posto in prima fila nel nostro giardino, piccolo o grande che sia.
L’obiettivo dell’edible landscaping è dunque quello di coniugare la produzione di cibo alle esigenze estetiche e paesaggistiche di una data zona. Questo obiettivo può essere raggiunto con diverse combinazioni di piante: vengono difatti utilizzate specie da frutto, specie orticole, fiori commestibili, erbe aromatiche e piante ornamentali in proporzioni variabili in funzione sia delle condizioni pedoclimatiche, sia dello spazio a disposizione.
La politica del verde urbano di un Paese moderno deve perciò ispirarsi al ruolo primario che questo svolge nei confronti della collettività. Un ruolo molteplice, non solo estetico, ma soprattutto bio-fisico, per gli effetti sulla qualità dell’aria e sul clima, e psico-sociale, per quella quiete distensiva, indispensabile esigenza della vita attuale, che le aree verdi possono offrire all’uomo del XXI secolo il cui contatto con la natura si fa sempre più raro. La prosperità materiale che la Società ha saputo crearsi attraverso la civiltà meccanica e industriale prima, tecnologica successivamente, è stata, infatti, raggiunta, troppo sovente, allontanando sempre più l’uomo dal suo ambiente naturale. A questo proposito è emblematico il documento “Ecological Science and Sustainability for a Crowded Planet”, prodotto dalla Ecological Society of America (ESA) che puntualizza come le problematiche ambientali caratterizzeranno il XXI secolo visto che nel mondo in questo periodo sarà presente la maggior quantità di popolazione umana e gli ecosistemi subiranno il più pesante intervento antropico mai visto prima.
Parole nel vento